Corsi

Dal pensiero alchemico al pensiero omeopatico

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“Scopo principale e unico del medico è di rendere sani i malati ossia, come si dice, di guarirli”.
Questa citazione dall’Organon, l’opera di Hahneman che sancisce la nascita della medicina omeopatica, implica il dovere, da parte del medico, di utilizzare qualsiasi forma di medicina gli consenta di raggiungere il suo scopo. Ma nonostante siano passati più di 200 anni, questo programma è ancora lungi dall’essere realizzato, anzi le due forme di medicina vengono tuttora vissute come alternative, con una netta ostilità verso l’omeopatia da parte della medicina “ufficiale”. Le ragioni di questa situazione sono molteplici, ma una delle principali risiede nel tipo di approccio al “problema malattia”, ovvero nel modo di considerare la persona malata, cioè il “paziente” e nella scelta di parcellizzazione specialistica della preparazione medica.
La medicina classica, cosiddetta allopatica, divide il suo approccio al malato in due momenti fondamentali: la diagnosi e la terapia. Quando si deve effettuare una diagnosi si abbandona il paziente allo studio di apparecchiature e tecniche sempre più complesse e sofisticate che lo scandagliano in lungo e in largo e quando si è finalmente individuato l’organo ammalato, si invia l’infermo allo specialista competente. C’è uno specialista per ogni organo e per ogni malattia: abbiamo l’epatologo, il senologo, il sessuologo, il flebologo, il reumatologo, l’ortopedico, il diabetologo, il tisiologo, lo pneumologo, il neurologo, il cefalalgologo, lo psichiatra, l’endocrinologo, persino il vitaminologo.
Prima di capire quale disgrazia lo ha colpito (la malattia), il paziente subisce anche la calamità della più completa depersonalizzazione e frammentazione. Il povero signor Rossi diventa così un’articolazione acciaccata, un fegato in disordine, un maniaco depresso a seconda dello specialista che viene consultato per il suo stato di salute.
Ogni specialista guarda il frammento del signor Rossi che gli compete e nient’altro. Alla fine viene formulata la diagnosi (sempre che ci si riesca) e si passa alla terapia.
Nell’ambito della terapia la medicina ufficiale non ha compiuto gli stessi passi da gigante che ha fatto nell’ambito della diagnostica. Le categorie di farmaci sono sempre le stesse; molte nuove molecole non possono essere usate perché sono tossiche e gli effetti collaterali diventano più gravi della stessa malattia che devono curare. Che i farmaci siano indispensabili comunque non c’è dubbio. Sarebbe proprio un irresponsabile il medico che cura una polmonite esclusivamente con un rimedio omeopatico e non con gli antibiotici; non sarebbe pazzo se affiancasse all’uso dell’antibiotico anche un rimedio omeopatico che permette al farmaco di agire più prontamente e alla malattia un decorso più veloce.
Ma è anche da folli prescrivere antibiotici per una banale influenza, sulla quale non esercita alcun effetto terapeutico. Una conoscenza maggiore della farmacologia ufficiale e della clinica permetterebbe, tanto ai medici allopatici quanto agli omeopati, di non agire in modo insensato nella pratica della propria professione.